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Ci fu un tempo
in cui avevo le zampe.
Camminavo e correvo
con la mia astuzia —
dono divino —
che mi precedeva
di almeno dieci passi.
Poi arrivò quel giorno
in cui Dio
mi raccontò del suo errore:
aver voluto
l’uomo e la donna
come le creature più preziose.
Mi guardò
mostrandomi la sua pelle di squame,
(forse era un'illusione)
di cui era ignaro,
lui così simile a me.
Mi convinse
a compiere il suo volere,
a rimediare alla pecca,
per poi dividere la gloria.
E ahimè,
la mia destrezza
non mi salvò dal fato
da lui già scritto.
Fu così
che mostrai a lei
la più bella delle mele,
dal gusto della conoscenza divina.
Bene e male, l’amalgama
del sapore più lieto.
Poi accadde
ciò che venne raccontato.
E nelle parole mai scritte
io tornai da Lui,
felice di glorificarlo e amarlo.
Ma nel momento in cui lo vidi
persi le mie zampe
e mi trovai a strisciare
al suo cospetto.
Allora compresi
l’inganno
del Dio annoiato,
amante della sua solitudine.
Ma non potei
proferire parole di ribellione:
la mia lingua
divenne biforcuta,
e la verità si mutò
al mio primo sibilo.